Siate loro vicini.
LA MAMMA DI BARBARA (Una Storia VERA)
“Figlia mia, devo farti il forcipe, non sentiamo
più il battito del bambino”- Ormai avrebbero potuto farmi qualsiasi
cosa, era dal giorno prima che si era aperto il parto e mi avevano
portato in sala travaglio, da quel momento non mi avevano permesso né di
mangiare, né di bere. Avevo un caldo terribile e tanta sete, i dolori
non mi avevano permesso di dormire, ogni tanto un’ostetrica mi visitava e
diceva:-“C’è tempo, è primarola e non sopporta i dolori” Ma io, i
dolori, non li sopportavo perché erano atroci. La camicia da notte rosa,
che mi avevano regalato per le mie nozze, era zuppa di sudore. Mi
avevano messa in posizione da parto e lasciata sola, non sapevo cosa
fare credevo che sarei morta. Visto che stavo perdendo conoscenza hanno
chiamato il primario che si è accorto che la situazione era molto
grave, mi hanno anestetizzata e, da quel momento, è cominciato il dramma
della mia vita. “Come ti chiami?”-“Celestina”- “Hai avuto una bambina”.
Ero stordita e avevo dato il nome di mia sorella invece del mio. La
bambina era stata portata via, aveva sofferto, il forcipe le aveva
lesionato l’emisfero sinistro del cervello ed era nata asfittica e
rianimata, aveva un giro di cordone ombelicale che l’avvolgeva intorno
al corpo, per questo non riusciva a nascere. A quei tempi non c’era
ancora l’apparecchio per l’ecografia ed avevano perso troppo tempo,
incuranti delle mie grida di aiuto, era il 2 maggio 1967. Ero in un tale
stato di sofferenza che non riuscivo nemmeno a chiedere di vedere la
mia bambina, non avevano saputo dirmi quanti punti mi avevano messo tra
interni ed esterni, mi avevano messo un tampone per evitare
un’emorragia. In seguito ero stata riportata nel mio letto nella lunga
corsia che ospitava molti letti, su due file, separati da un divisore
dalla parte della testa, ho visto una sola infermiera che si occupava
di tutte noi. Credo di aver dormito fino al giorno dopo, avevo solo
bevuto dell’acqua. La mattina dopo avevo bisogno di andare in bagno e
mia suocera, che era venuta ad assistermi, aveva chiesto la padella
all’infermiera ma questa si era rifiutata :”Deve andare al bagno come
tutte le altre”. I gabinetti, in comune, erano al di là del lungo
corridoio ed era difficile andarci per chi non aveva problemi, per me
sarebbe stato impossibile, alla fine, pressata dalla necessità, avevo
messo i piedi a terra ed ero svenuta. “Ha avuto un parto difficile ed ha
perso molto sangue, datele un ricostituente.” Quando ho aperto gli
occhi un medico mi stava vicino, saputo dell’accaduto era venuto a
visitarmi. I giorni seguenti stavo peggio, ogni volta che mi facevano
una puntura per la pulizia dell’utero avevo dei dolori così forti che
dovevo aggrapparmi alle sbarre del letto e le lacrime scorrevano da
sole, avevo la febbre e mi avevano portato la mia bambina, era
bellissima, assomigliava ad una bambola di porcellana, a carica, che
avevo da quando ero piccola. Stavo talmente male che, quando
l’infermiera di turno l’ha portata via, allarmata dal pianto doloroso
che faceva, nemmeno me ne sono accorta. Il giorno dopo un’ostetrica
voleva mettermi una candeletta per la pulizia dell’utero ma non riusciva
a farla entrare, insospettita mi ha visitata e si è subito resa conto
che si erano dimenticati di togliermi il tampone, messo dopo il parto.
Nel frattempo la bambina si era aggravata, l’avevano messa dentro
un’incubatrice in una stanzetta, da sola e, il giorno della Festa della
Mamma è stata battezzata, eravamo al di là del vetro a piangere di
dolore, l’abbiamo chiamata BARBARA. Mi avevano ricoverata tre giorni
prima che nascesse ed ero felice, dopo dodici giorni dal parto sono
uscita in vestaglia, con le pantofole, sorretta da mio marito e da mio
cognato, ed ero distrutta, avevo firmato per tornare a casa. Barbara è
rimasta ricoverata in gravi condizioni, superando anche tre giorni di
coma, non ci davano più speranze di salvezza, né ci informavano di quali
sarebbero state le gravi conseguenze se si fosse salvata. Anche le
infermiere che l’assistevano piangevano con me vedendo come lottava per
vivere, vedevo il suo petto che si sollevava affannosamente per
respirare e mi sentivo impotente e addolorata perché non potevo
aiutarla. Dopo numerosi tentativi, da parte dei medici, si è salvata, un
mese e sei giorni dopo la nascita è tornata a casa, la gioia di averla è
stata immensa e l’abbiamo amata e curata con molti sacrifici. Oggi
BARBARA è “una bambina” di 48 anni, che vive in un Centro di Educazione
Motoria, CEM, a Roma, da quando aveva 4 anni e mezzo, l’unico Centro in
Italia dove ha avuto le cure necessarie per non farla vivere in uno
stato vegetativo, una scelta difficile e sofferta di cui non mi pento
perché è riuscita a fare quello che, molti medici, fra i migliori,
avevano escluso."
Questa la testimonianza della Mamma di Barbara estratta da ""La mia storia ti appartiene""
Come potete regale un sorriso? con il 5 X1000?
ci risponde sempre la Mamma di Barbara
"il 5 x mille è molto importante ma, quello di cui abbiamo più bisogno è
che la Croce Rossa assista con Rispetto i nostri Figli che vivono
all'interno del CEM, nella sede del Comitato Provinciale di Roma. Stiamo
vivendo periodi molto difficili e con un'assistenza ridotta al minimo."
Ecco il mio invito a coloro che conosco, che mi stimano e anche a coloro che non mi stimano: mettevi in contatto, donate il vostro tempo, le vostre idee, un sorriso!
Sono molto importanti.
Se non avete la possibilità perchè la vitaè frenetica e il tempo manca allora pensate se destinare il 5 X 1000 a questa realtà positiva di genitori come la Mamma di Barbara
Siate loro vicini.
A.GE.CEM onlus
C.F.- 97053440588
agecemonlus@gmail.com
Via B. Ramazzini, 31 - 00151- Roma.
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